Il titolo va letto per quello che dice: l'arte stanca. Non è l'opera ad affaticarsi, è chi entra nel luogo dell'arte. Ogni museo che si rispetti lo mette in conto e predispone il rimedio: la panca, arredo discreto, mobile di servizio, luogo deputato alla tradizionale seduta contemplativa davanti al capolavoro. Il Museo Pecci ne era privo. Cavenago fornisce il rimedio mancante, site specific, e ne fa il lavoro, ma lo restituisce in una forma che il riposo non lo concede. Ad attendere il visitatore stanco ci sono trentadue metri di percorso su una panca veicolo in acciaio inox a sezione di parallelogramma: una sagoma che somiglia meno a una comoda seduta in legno e velluto che a una lama, poggiata su una fila di cubi di cinquanta centimetri di lato, fissati a pavimento a intervalli regolari, ciascuno attrezzato in sommità di sfere reggenti. Ci si siede e, da seduti, si scorre. La sosta diventa transito. L'ironia non sta in un ammiccamento, sta nel dispositivo: al pubblico si offre una panca coltello, e chi vi si abbandona, stando al gioco, scopre di aver messo in moto qualcosa.
Nessun motore, nessuna alimentazione. L'energia è quella del pubblico, che nell'atto di cedere alla stanchezza diventa il meccanismo. È il rovesciamento del topos museale della contemplazione statica: non si guarda da fermi, ci si sposta, e con lo spostamento la lettura dello spazio espositivo si frantuma in una successione di scorci variabili. Cavenago ha momentaneamente sospeso le grandi ruote dei veicoli e dei pilastri e ha ridotto la meccanica al cuscinetto a sfera: dal veicolo allo scorrimento. Le dimensioni della macchina calano, la potenzialità dinamica no.
La misura, del resto, non è scultorea ma architettonica. Trentadue metri non sono una lunghezza, sono la pianta del museo presa di petto: la panca non occupa una sala, ne infila quattro, attraversa le partizioni murarie e le taglia in diagonale, contro l'ortogonalità che regge l'edificio. L'architettura fissa gli assi, il percorso, la successione dei vani; questo elemento d'arredo li contraddice a quota sessanta centimetri, e nel farlo assume su di sé un compito che era dell'edificio: dare direzione. È lo stesso gesto orientativo del colonnato est ovest al Martin-Gropius-Bau e del piano di parallelogrammi mobili di A sostegno dell'Arte. E, come già in Piedistallo, 1989, ciò che nel museo ha funzione ancillare, quella di reggere, ospitare, far riposare, smette di servire l'arte e ne prende il posto.
Ferma, l'opera si offre come scultura seriale: ritmo regolare di cubi, barra continua, geometria costruttiva. Attivata, è un utensile. La parete si comporta come una superficie tesa e la lama d'acciaio la attraversa, apre il vano oltre di essa, dichiara che c'è spazio dietro il piano. Un'operazione che a Milano, quarant'anni prima, era già stata condotta su una tela con un gesto secco e definitivo, e che qui viene rifatta in pianta, lentamente, alla velocità di uno spettatore seduto. Il lavoro vive in questa oscillazione tra arredo e congegno, e a deciderla è la stanchezza di chi entra.