Ogni immagine è un campo di forze, e Stranieri ovunque ne mette in scena uno particolarmente squilibrato. Cavenago aggancia due emblemi che la storia aveva lasciato su sponde opposte e li manda in giro insieme, con il gancio di traino come unico punto di contatto.
Davanti, una Tesla Model Y: l’auto elettrica di Elon Musk, emblema di un capitalismo che si racconta come futuro, silenzioso, individuale, aggiornabile a distanza. Dietro, la falce e martello: il segno di un Novecento che il futuro lo aveva promesso a tutti, in forma collettiva. Due visioni del domani che non si sono mai rivolte la parola, ora legate allo stesso gancio.
L’ironia sta tutta nel traino. La rivoluzione, che si voleva motore della storia, viaggia a rimorchio, senza motore proprio. L’auto a emissioni zero si trascina dietro l’unica cosa che fuma. Il progresso porta a spasso la propria memoria, come un bagaglio ingombrante che non sa dove lasciare.
Il titolo, preso a una Biennale che voleva mettere al centro l’esclusione e lo straniamento, trova qui un’applicazione imprevista: stranieri sono i due compagni di viaggio, l’uno per l’altro, ed entrambi per i luoghi che attraversano. L’estraneità non è un tema da illustrare, ma una condizione da percorrere, chilometro dopo chilometro.
Il fumo, infine, è materia e metafora: la nebbia dei concetti troppo dichiarati, la retorica che avvolge i discorsi sull’arte e sulla politica. Cavenago non la dirada: la carica su un rimorchio e la porta in giro, lasciando allo sguardo di chi incontra l’opera il compito di vederci chiaro.