Il progetto prende avvio da un dono. Durante una breve degenza in ospedale, un amico caro porta a Umberto Cavenago una copia de L’alcòva d’acciaio, il «romanzo vissuto» in cui Filippo Tommaso Marinetti racconta l’ultimo anno della Grande Guerra al comando di un’automitragliatrice. Per un artista che da decenni indaga il veicolo come corpo plastico, come energia trattenuta, come movimento allo stato potenziale, quella macchina non è un episodio della storia militare ma un nodo di tensioni. Corazza e intimità, aggressione e riparo, velocità e immobilità si fronteggiano nello stesso corpo d’acciaio.
Il primo gesto non è scultoreo ma conoscitivo. All’Archivio Storico Ansaldo di Genova, Cavenago mette a confronto la parola letteraria e il documento tecnico, la pagina di Marinetti e il disegno di progetto, il racconto e la fotografia. È un procedimento di verifica e di attraversamento, che rimette in circolo materiali sedimentati e ne fa affiorare uno inedito: l’archivio non sapeva che il fondatore del Futurismo fosse stato un utilizzatore della Lancia Ansaldo, e il suo cantore. Le immagini pubblicate in queste pagine, concesse dall’Archivio Storico Ansaldo e in gran parte inedite, sono il frutto di questo lavoro. Non hanno funzione illustrativa: sono la materia prima da cui il progetto ha preso forma.
Al centro c’è una parola. «Alcova» indica la parte più riposta della casa, il luogo del riposo e dell’incontro amoroso, lo spazio in cui due corpi si cercano al riparo dal mondo. Marinetti la attribuisce alla sua blindata e fonde così eros e violenza meccanica in un’unica retorica della conquista: la macchina è un’amante, l’avanzata un possesso, l’Italia un corpo da prendere. Cavenago assume quella parola e ne rovescia il segno. Ciò che nel romanzo era metafora della guerra diventa, nelle sue opere, la sostanza stessa dello spazio.
Da questa soglia nasce un ciclo di lavori. La 74 (2006), L’alcova d’acciaio (2011), presentata alle Officine Grandi Riparazioni di Torino, e L’alcova d’acciaio di Umberto Cavenago (2014), immersa in un bosco delle Langhe, non riproducono il veicolo. Ne estraggono la condizione: un volume chiuso, sospeso su ruote, compresso tra la possibilità del moto e la realtà della quiete. L’armamento è sottratto, la funzione annullata. Resta la struttura, ridotta a geometria e consegnata all’abitare. Là dove la blindata ospitava le mitragliatrici che Marinetti esalta come armi e come amanti, La 74 accoglie due cuccette: l’alcova torna a essere un’alcova, luogo di intimità e di incontro, non di conquista. La forma della guerra è assunta per essere disattivata, attraversata, esorcizzata. I paragrafi che seguono ripercorrono in dettaglio queste opere, le loro soste, i loro luoghi.
Il progetto, tuttavia, non si esaurisce nel romanzo. La guerra vi entra come campo di riflessione, come repertorio di forme e di dispositivi la cui funzione può essere sospesa e convertita. In questo processo il luogo non è un fondale neutro, ma un fattore attivo, capace di determinare il senso dell’operazione.
In Italia l’opera d’arte pubblica vive in una condizione di esposizione permanente. Lo spazio comune non la custodisce: la consuma, la incide, la deturpa, spesso la ignora. Per esistere fuori dal museo deve sapersi difendere. Sweet Home (2021), collocata nella golena del Po a Suzzara, è una casa-barca in acciaio Cor-Ten, chiusa e corazzata come la blindata da cui tutto ha origine. Ancorata a terra, resta in secca finché il fiume rimane nel suo alveo; quando il Po esonda, l’acqua la solleva e la affida alla sua corrente. È un rifugio in balia della forza del fiume, un’arca che attende la piena. Qui la corazza non è citazione storica ma condizione di sopravvivenza dell’opera nel contesto italiano.
In Svizzera il rapporto si capovolge. In un paese neutrale, che ha costruito la propria identità su una difesa armata e sotterranea, le forme belliche appartengono al paesaggio stesso: bunker, feritoie, fortezze scavate nella roccia. Protecziun da la patria (2018) affida alle acque del Ceresio una mina navale in acciaio Cor-Ten. A un primo sguardo è l’ordigno, con la sua minaccia sommersa. Ma la sfera è morbida, piena, e le venti protuberanze che la punteggiano mutano di senso. Su una mina gli urtanti sono il punto di contatto che innesca l’esplosione; qui evocano le rotondità di un seno, e il contatto, da detonazione, si fa carezza. Cullata dal lento beccheggio di un lago gentile, la forma rivela una natura femminile e sensuale: un corpo che respira con l’acqua. Ciò che in Marinetti era fusione di eros e violenza si scioglie qui a favore dell’eros. L’arma si ritira e resta il corpo, sospeso tra allarme e abbandono. Nello stesso tempo l’opera interroga, nel cuore di un paese neutrale, le nozioni di confine, di protezione, di patria.
Souvenir di montagna si declina invece in due opere distinte, pubbliche e permanenti, ciascuna con la propria forma. A Molino Nuovo, a Lugano (2023), un masso erratico in acciaio dialoga con le rocce trovate e accoglie al suo interno il gioco dei bambini, guardando fuori attraverso feritoie dall’aspetto militare. Al Passo del Maloja (2026), a poca distanza dalla fortezza eretta per difendere il confine dall’Italia fascista, un altro masso abitabile capovolge la logica della vigilanza. Le aperture non sorvegliano più un nemico, ma inquadrano il paesaggio.
In tutte queste opere agisce lo stesso principio: l’oggetto bellico non viene rappresentato, ma prelevato nella sua struttura e convertito nel suo opposto. La blindata diventa alcova, la mina un corpo che galleggia, il bunker un rifugio, la corazza un guscio che custodisce. È un processo di sottrazione e di trasferimento, in cui la memoria militare è trattata come materia, senza celebrazione e senza rimozione, e restituita come esperienza.
Non si tratta di un percorso concluso. Il progetto nato da un libro ricevuto in dono continua a svilupparsi, ad aprire nuove direzioni, ad accogliere altri luoghi e altre forme. Questa sezione ne raccoglie lo stato attuale: le fonti, le immagini, le opere realizzate. È una tappa, non un bilancio. Disarmare la forma significa, per Cavenago, liberarla dalla sua destinazione: trasformare la difesa in ascolto, la vigilanza in contemplazione, il confine in relazione, la macchina da guerra in un luogo d’incontro.