Le domande che seguono sono state poste da Sara Fumagalli, curatrice della GAMeC – Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, e da Ettore Favini, direttore del Politecnico delle Arti, agli artisti che hanno insegnato all'Accademia di Belle Arti di Bergamo a partire dalla direzione di Mario Cresci. Le risposte confluiranno nella mostra che GAMeC e Politecnico delle Arti dedicano alla formazione artistica, ultimo appuntamento del programma Pedagogia della Speranza, che apre il 25 febbraio 2027.
Potresti descrivere il tuo approccio nei confronti della pratica artistica?
Il mio fare nasce nel progetto. Non lo intendo come premessa, ma come territorio operativo. Qui l'idea si confronta con la materia, con la misura, con la resistenza del reale. Disegni, prototipi, verifiche, errori. E il dialogo serrato con l'esecutore e con l'officina, vere protesi operative della mente. Tutto concorre a un processo che non si esaurisce nell'oggetto. Lo attraversa e lo eccede. L'opera non è un punto d'arrivo. È la traccia visibile di un percorso.
Rifiuto la certezza come forma di immobilità. L'uomo è provvisorio, e provvisorio è il suo pensiero. È un organismo in mutazione: deve potersi contraddire, espandere, rifondare. Per questo accolgo lo sviluppo delle idee come energia. Se una certezza esiste, è quella del divenire. Il cambiamento è l'unica costante, la condizione stessa del fare artistico.
Da qui la scelta della mobilità. L'opera che si muove, o che potrebbe muoversi, sfugge alla retorica del monumento. Non celebra, non commemora, non fissa. Destabilizza. Porta nello spazio un elemento di precarietà. Contamina la percezione e la apre a un'esperienza instabile, sempre da ridefinire.
Lo spazio, allora, non è un contenitore. È un interlocutore. Una sala, un edificio, una piazza, la golena di un fiume. L'opera non occupa questi luoghi: li interroga, li mette in crisi, li riscrive. Liberata dal piedistallo, la scultura scende nel campo dell'esistenza. Si fa ambiente, situazione, evento.
In questo campo entra lo spettatore. Smette di essere un testimone esterno e diventa presenza attiva, parte del lavoro. Lo attraversa, lo usa, lo completa. È in questa partecipazione che l'opera si compie. Non come oggetto da contemplare, ma come processo condiviso, aperto all'imprevisto della vita.
Credi che il tuo modo di guardare alle opere sia legato alla tua pratica di docente?
Sì, profondamente. Gli anni di insegnamento all'Accademia Carrara hanno trasformato il mio sguardo, spostando l'attenzione dall'opera come risultato all'opera come processo: una serie di decisioni, tentativi, ripensamenti. Davanti a un lavoro, mio o di altri, non mi chiedo più soltanto che cosa sia, ma come sia nato, quali problemi abbia affrontato, quali strade abbia scartato.
L'aula è stata per me un laboratorio di osservazione. Seguire il percorso degli studenti significa assistere ogni giorno alla nascita delle idee nella loro forma più fragile: intuizioni incerte, prototipi imperfetti, errori fertili. Ho imparato così a riconoscere il valore di ciò che non è ancora compiuto, e a diffidare delle opere che si presentano come definitive.
Insegnare significa anche dover spiegare, tradurre in parole e in metodo ciò che nella pratica resta spesso intuitivo. Questo esercizio mi ha costretto a guardare con maggiore lucidità anche il mio lavoro, a interrogarlo, a renderlo comunicabile.
Potresti descrivere brevemente la tua pratica artistica e raccontare in che modo essa si è intrecciata, oppure non si è intrecciata, con l'insegnamento?
Lavoro dalla metà degli anni Ottanta nel campo della scultura e dell'installazione. Fin dall'inizio la mia ricerca si è rivolta al mondo della produzione industriale, un mondo in cui si fabbrica qualcosa perché genera profitto. Vi sono entrato adottandone la stessa grammatica: progetto, materiali, procedure, officine. Ma l'ho usata per realizzare oggetti volutamente privi di funzione, la cui unica utilità è poetica. La mia pratica, in fondo, è questo: un continuo dialogo tra arte e progetto, tra forma e funzione, tra ciò che è fermo e ciò che potrebbe muoversi.
Con l'insegnamento questa pratica si è intrecciata soprattutto nel metodo. Agli studenti non ho mai cercato di trasmettere uno stile, tanto meno il mio, ma un modo di procedere: partire da un'idea, metterla alla prova attraverso la cultura del progetto, accettare l'errore come parte del percorso. È lo stesso processo che guida il mio lavoro, e in aula è diventato uno strumento condiviso.
Nell'insegnamento ho portato anche la grammatica della produzione: la misura, i materiali, il confronto con chi esegue. Volevo che gli studenti imparassero a fare i conti con i limiti concreti della materia e a capire che un'idea si trasforma nel momento stesso in cui deve diventare forma. Aula e studio sono stati, per me, due luoghi dello stesso lavoro.
In relazione alla tua esperienza, quali ritieni siano gli obiettivi fondamentali dell'insegnamento, quali visioni pedagogiche e quale idea di persona hanno guidato il tuo approccio pedagogico?
Devo premettere che non sono un insegnante di formazione, né ho mai aspirato a diventarlo. Sono arrivato all'insegnamento quasi per caso, chiamato da Mario Cresci all'Accademia Carrara di Belle Arti. L'ho affrontato abbattendo le mie barriere e accogliendo le curiosità degli studenti. Volevo che capissero, guardando me, come si vive e si sopravvive nel mondo dell'arte: un mondo pieno di contraddizioni, tipicamente italiano, in cui i valori e la poetica contano sempre meno.
L'Accademia era, sin d'allora, un'istituzione in parte superata, erede dei modelli del Novecento. Si chiamava ancora "di Belle Arti", e i suoi insegnamenti seguivano logiche obsolete, divisi per discipline chiuse. Un impianto rigido, incapace di adattarsi alla contemporaneità. C'era qualcosa di assurdo: si preparavano giovani a una professione del presente con gli strumenti del passato. Il confronto con le scuole d'arte internazionali dei paesi più evoluti era impietoso. In quelle scuole la formazione era già trasversale e sperimentale, aperta ai nuovi linguaggi e al dialogo con artisti attivi e con il mondo reale. Nelle accademie italiane, invece, tutto restava fermo. E questo pesava ancora di più su chi sceglieva una professione controversa come quella dell'artista: non riconosciuta, spesso osteggiata proprio per la sua apparente mancanza di funzione. Era proprio questo l'impianto che Cresci cercava di scardinare, chiamando a insegnare artisti attivi.
Per questo, più che a una teoria, il mio approccio deve molto a esperienze che hanno unito il pensare e il fare. Penso al Bauhaus, dove arte, progetto e mestiere non erano separati e il laboratorio era il vero luogo della formazione. Lo sento vicino perché nasce dallo stesso intreccio tra cultura artistica e cultura del progetto che attraversa il mio lavoro. E penso a Bruno Munari, che in Da cosa nasce cosa mostra come la creatività si possa educare attraverso un metodo. Da lui ho imparato che il metodo non limita la libertà, ma la rende possibile.
Da qui discendono i miei obiettivi. Il primo è l'autonomia: un buon insegnamento rende lo studente capace di camminare da solo. Poi il pensiero critico: interrogare ciò che si vede, non accettare nulla come ovvio. Poi il valore del processo, più che del risultato. Infine il coraggio di cambiare e di convivere con l'incertezza. In aula ho sempre cercato questo: non trasmettere risposte, ma costruire domande insieme.
Alla base di tutto c'è l'idea di una persona in divenire. Come le idee, anche l'uomo è provvisorio: un percorso aperto, capace di cambiare, contraddirsi, ricominciare. Per questo non ho mai visto lo studente come un contenitore da riempire. Ognuno arriva con un proprio sguardo e proprie domande. Il mio compito era aiutarlo a farle crescere, non a sostituirle con le mie.
Ho sempre considerato gli studenti come interlocutori, quasi come futuri colleghi, senza nascondere loro le contraddizioni del mestiere. Rispettare una persona significa anche dirle la verità sul mondo che la aspetta. E in una società che misura tutto in termini di funzione e di profitto, scegliere di fare arte è già una forma di resistenza. Vorrei che i miei studenti avessero imparato a difendere questa scelta: la libertà di fare anche ciò che "non serve a nulla".
Quale eredità, o quali trasformazioni, pensi di aver lasciato e generato negli studenti che hanno seguito i tuoi corsi?
Parlare della propria eredità è sempre un po' presuntuoso. E poi, coerentemente con ciò che penso, non amo i monumenti, nemmeno quelli a me stesso. Preferisco pensare di aver lasciato delle tracce, più che un'eredità.
Non ho mai cercato imitatori, e non so se qualcuno dei miei studenti faccia oggi un lavoro simile al mio. Spero piuttosto di aver lasciato un atteggiamento: la fiducia nel processo, il diritto di sbagliare, l'idea che il metodo sia uno strumento di libertà. E la capacità di guardare il mondo dell'arte senza illusioni, ma senza rinunciare alla sua dimensione poetica.
Quanto alle trasformazioni, credo siano state reciproche. Se qualcosa ho lasciato a loro, molto di più loro hanno lasciato a me: domande, dubbi, punti di vista che hanno rimesso in movimento il mio lavoro. In fondo, anche l'insegnamento è stato per me un'opera mobile: qualcosa che non si fissa, ma continua a spostarsi e a cambiare in chi l'ha attraversato.