2021–2022. La pandemia inceppa la catena delle forniture e il sistema produttivo rivela la sua fragilità. L’acciaio diventa merce rara. In Europa le lamiere a caldo toccano i massimi storici e in un anno il loro prezzo triplica: la scarsità diventa occasione. In Italia, terreno da sempre fertile, la speculazione fiorisce sulla mancanza: chi ha scorte le trattiene, chi ne ha bisogno attende, paga, rinegozia. Per Sweet Home il problema ha una misura precisa: lamiere di Cor-Ten di grande formato, un acciaio che pochi producono e ancora meno sanno trasformare in semilavorato.
Eppure è qui che il processo si fa interessante. La fabbrica esercita sull’arte una fascinazione antica: le macchine come sculture, la piegatrice da 2500 tonnellate lunga sedici metri, il laser che corre su venti metri di lamiera, la luce dei capannoni. Ma la fascinazione non basta. Per entrare nel ciclo industriale l’artista deve parlarne la lingua: disegni esecutivi, file di taglio, distinte, tolleranze, tempi di consegna. Sono gli strumenti che la società della funzione e del profitto riconosce come propri.
E quando li riconosce, nessuno fa domande. L’ordine entra in produzione come qualsiasi altro: stessa lamiera, stesse macchine, stessi operatori. Nessuno chiede a che cosa serva una casa che galleggia senza prua né poppa, né quale profitto produrrà. L’inutilità, come un virus, si insinua nel sistema senza essere riconosciuta, ne usa le risorse e ne ottiene i risultati. È una forma di resistenza silenziosa: l’arte non si oppone alla macchina, la attraversa e la piega a un fine che la macchina non conosce.