E soprattutto rivela, più di quanto non risolva, il grado di consapevolezza culturale di chi lo assume.
In questo caso, un’istituzione che si colloca prossima al sistema dell’arte, che dichiara di tutelare il paesaggio e il patrimonio artistico, che si richiama al concetto di bene comune e che gestisce inoltre una realtà museale strutturata come quella di Suzzara, avrebbe potuto assumere una posizione differente: non la sottrazione dell’opera alla sua dimensione d’uso, ma la costruzione di un dispositivo di responsabilizzazione del visitatore. Non il divieto, dunque, ma la messa in tensione tra esperienza e consapevolezza, tra gesto e rischio.
Nel caso di Sweet Home, la decisione di intervenire attraverso l’interdizione appare come una semplificazione del problema, quasi una sua rimozione. Non si è lavorato sul piano della mediazione culturale, né su quello della traduzione dei rischi insiti nell’interazione con l’opera. Si è preferito ridurre la complessità a un perimetro normativo, rinunciando di fatto a confrontarsi con la natura dell’opera stessa, che implica, strutturalmente, una dimensione di attraversamento, di esposizione, di responsabilità individuale.
È in questo scarto che si misura la distanza tra una gestione amministrativa dell’arte e una comprensione piena del suo statuto contemporaneo. Anche l’espressione “a proprio rischio e pericolo”, nella sua semplicità quasi giuridico-ordinaria, indica un principio chiaro: l’assunzione individuale della responsabilità come parte integrante dell’esperienza. Ignorarlo significa spostare l’asse dall’etica della relazione alla comodità del divieto.
Ciò che emerge, infine, non è soltanto una misura restrittiva, ma una difficoltà più ampia: quella di abitare l’arte quando essa esce dai formati attesi e chiede alle istituzioni non di contenere, ma di comprendere.